A giocare con un bambino di quattro anni

October 27, 2018

Ho un figlio di quattro anni, come i miei genitori prima di me e milioni di altri in questo momento. Non ho il potere di dire cosa sia giusto o sbagliato fare con un bambino sulla base di un qualche risultato conseguito. La valutazione di risultati rivela piu’ della personalita’ di chi li esamina che non del proprio oggetto. Ma soprattutto, mi trovo ancora nel bel mezzo del processo – e cosi’ fino alla fine. Quello che posso dire e’ solo quanto ho visto e ho imparato fino ad ora.

 

Tra le cose che ho visto, la piu’ impressionante e’ stato una sorta di oggetto. Uno strano oggetto immaginario in grado di posizionarsi autonomamente tra me e mio figlio in un attimo e di emanare qualcosa tutt’attorno. Un’atmosfera, creata in un modo particolare. Qualcosa di diverso da un mood programmato o dal giardinaggio del contesto. Piu' simile a un’opera collaborativa, come si creano tra amici o amanti. Ma le condizioni da cui proviene sono particolari. Il rapporto tra padre e figlio non e’ di parita’ a priori, come tra amici e amanti. E’ qualcosa di estremamente piu’ fragile, che va a cozzare contro ogni sorta di evidenza di fatto. Il bambino non e’ alto come il padre, non ha la stesa forza nelle braccia, non e’ in grado di fare le stesse cose e non e’ trattato dagli altri come viene trattato il padre. Eppure quello strano oggetto che si crea tra loro esiste soltanto fino a che padre e figlio riescono a trovare un piano in cui sia possibile giocare insieme. E per giocare e’ sempre necessario, obbligatorio essere a uno stesso livello, in cui si e' distinti e uguali.

 

Come tantissimi altri prima e dopo di me, con mio figlio ho imparato a vedere quell’oggetto bizzarro, quel cinematografo emotivo che e’ tra gli attributi normali dell’amore. Come scriveva Corneille, ‘l’amore crea le eguaglianze e non le cerca’. Per mancanza mia, mi e' capitato molto di rado di trovarlo tra gli adulti. Forse perche’ ho fatto troppo affidamento sulla supposta parita’ tra noi che siamo invecchiati, che ci esonera dal prenderci carico delle nostre differenze e ci schiaccia nella solitudine. O forse perche’ e’ molto piu’ spaventoso lanciare ponti tra le differenze e modificare tutto pur di poter creare insieme qualcosa, piuttosto che limitarsi a assumere singolarmente la mesta responsabilita’ delle proprie mancanze.

 

Ma con un bambino di quattro anni questo problema si pone in modo molto piu’ perentorio. Bisogna creare insieme un mondo, un linguaggio, una vibrazione, una linea immaginaria che sia in grado di sostenerci insieme in un gioco comune. Non che facendo questo si aboliscano tutte le differenze. Al contrario, e’ proprio per via delle differenze plateali tra un padre e un bambino che vale la pena creare insieme un piccolo mondo comune in cui essere compagni di giochi. Ricordandosi entrambi che per potervi entrare bisogna tenere a bada una serie di inclinazioni naturali – la forza e l’esperienza eccessive del padre, l’eccessiva smania e narcisismo del figlio.

 

Una volta entrati in questo processo, al suo interno e’ possibile tutto. Non qualsiasi cosa: tutto. E’ possibile decidere insieme un orizzonte mutevole di senso entro cui il gioco possa prendere piede – e per fare questo non servono forza o esperienza, smania o narcisismo. In quell’arena conta solo un senso estetico orgogliosamente autonomo da considerazioni ulteriori. Forse solo la risata complice lo giustifica, o il brivido di paura del salto giu’ dalle mura di un castello, o quello di freddo sotto una tenda-coperta quando immaginiamo la neve.

 

Quest’esperienza mi ha insegnato due cose, per me nuove: che e’ sempre possibile cambiare tutto (e proprio di questo la magia e’ un simbolo); e che all’interno di un qualunque mondo, per quanto immaginato, e’ sempre possibile essere felici in qualunque posizione – come eroe o come cavallo, come narratore o come ascoltatore. Ogni ruolo in quel mondo (e quindi, potenzialmente, in ogni mondo) ha una propria nobilta’ e dignita’ intrinseche e nessun dettaglio e’ superfluo. Il mio maestro di teatro e’ un bambino che ormai ha quattro anni, con cui ho imparato che esiste un ‘protagonista’ solo dal punto di vista del pubblico non-recitante – mentre sul palco ogni elemento di scena ha pari presenza. E ho immaginato cosa vorrebbe dire poter vivere con questa stessa attitudine. Non so se sia davvero possibile. Forse porterebbe a un quietismo o a un hippismo insopportabili, non so. Ma ho immaginato cosa vorrebbe dire poter vivere nel mondo con questo stesso sguardo e mi e’ sembrato di capire cosa si intenda col termine ‘redenzione’.

 

Un mondo a quel modo e’ un mondo redento. La cornice stessa raccoglie ogni cosa che fallisca o che si perda all’interno del gioco e la restituisce indietro. La distanza tra le cose e’ abbreviata e i nomi e le voci attraversano il mondo come una corrente. La guerra diventa solo una danza, perche’ non esistono i presupposti di un vero possesso o di un vero conflitto. Questo non e’ un paradiso, chiuso nel suo immobile perpetuarsi alla fine dei tempi. E’ un mondo redento a priori che corre simultaneo con il tempo.

 

Ovviamente, nel rapporto con un bambino o tra bambini il conflitto esiste. Spesso avviene quando una delle parti rischia di mettere in pericolo l’intera cornice di senso – per esempio facendo qualcosa di eccessivamente pericoloso, o non avendo la pazienza e le energie necessarie per tenere la parte. Non mi voglio arrischiare a discutere il rapporto tra bambini coetanei e mi limitero’ a parlare di quello che ho imparato nel mio rapporto tra adulto e bambino. Di norma, e’ il bambino a rimetterci quando le regole del gioco si perdono e l’atmosfera si frantuma. Di colpo viene ricacciato nella minorita’ nei confronti del genitore, in una situazione in cui e’ nuovamente solo. In fin dei conti e’ il genitore che casca sempre in piedi – o almeno cosi’ pensa il bambino. Non e’ proprio cosi’, naturalmente, perche’ anche il genitore precipita nella solitudine da cui proveniva. Perdere un mondo comune e’ sempre perdere ‘il’ mondo – per quanto poi si precipiti sempre in un altro mondo (da cui l’arcana immaginazione che alla morte segua sempre un nuovo mondo, eterno o temporaneo che sia). Ne’ il padre ne’ il bambino vogliono perdere il mondo in cui poter giocare insieme, ma ciascuno di loro mette in atto una propria maniera nel cercare di ricostruirlo dopo una rottura. Nella mia esperienza, il bambino tende a prendere tempo sufficiente per poter ‘dimenticare’ con un breve rituale di isolamento e per tornare come se nulla fosse. Il bambino tende a riprendere le cose – cosi’ mi sembra – hitting the floor running. L’adulto, almeno nella mia esperienza, tende a ricostruire piu’ progressivamente. Ad esempio spiegando al figlio le proprie ragioni. Non necessariamente perche’ il bambino le condivida, ma per rimettere se stesso all’interno di un rapporto in cui si e’ tenuti a dare spiegazioni all’altro.

 

Ma perche’, poi, voler creare questo mondo insieme? E’ solo una sciropposa necessita’ dell’adulto, un gesto educativo puramente altruistico o un buon modo per intrattenere un bambino? Non credo, o almeno non mi sembra sia cosi’. Mi sembra piuttosto che poter avere un mondo comune, costruito sopra l’abisso delle nostre distinzioni e dello sguardo diverso con cui ci riconoscono gli altri, conceda a me e a mio figlio la liberta’ necessaria per poter imparare qualcosa di utile. Nel suo caso imparare a vivere quante piu’ vite possibile, provando, cadendo, simulando. Nel mio, dopo decenni di vita sociale e di addomesticamento al lavoro, provare a ritrovare un ‘oggetto interiore’ (1). Non un inconscio infantile seppellito nel mio essere adulto; piuttosto una consapevolezza nuova del mio ruolo nel costruire il mondo attorno a me. Giocare con mio figlio all’interno della bolla che siamo in grado di costruire mi ha fatto vedere qualcosa che era ormai ridotto a una memoria astratta. Che davvero il mondo sgorga dagli occhi, al modo in cui gli antichi credevano sgorgasse lo sguardo. Che l’esistenza prosegue tra mondo e mondo ininterrotta. Che davvero, nella pratica, la pratica e’ piu’ forte della teoria – e che la teoria si fa retrospettivamente, strada facendo. Rivelazioni forse banali, ma non per me che ne ricordavo solo la definizione.

 

Quell’oggetto misterioso in grado di posizionarsi tra un bambino e suo padre non definisce a priori i dettagli del mondo che si andranno a creare di volta in volta. Dal grembo di un’atmosfera possono emergere molti mondi. Quello che l’atmosfera definisce, invece, sono le regole per entrarvi. Non serve brigare con gli accessori o con il design del contesto; basta una trasformazione della percezione che si ha di se’ e del proprio identificarsi con il posto che si occupa nel mondo. Nell’entrare in un mondo nuovo condiviso si deve lasciare tutto alla porta – e al suo interno non ci si trovera’ piu’ poveri. E' piu' facile tra bambini, mi sembra di ricordare. Tra adulti invece e’ facile simulare, indossando l’abito convenzionale di una presunta nudita’. Ma tra adulto e bambino la sfida si fa piu’ radicale: cio’ che l’adulto ha da lasciare alla porta e’ l’ingombrante bagaglio di tutto se’ stesso. Tutto quello che lo legittima in societa’ e di fronte a uno specchio, l’essere ‘veramente’ cio’ che si e’. Per far funzionare quell’oggetto l’adulto non deve abbandonare il proprio tesoro di immaginazioni e avventure, con cui alimentera’ il gioco. Deve rinunciare invece alla legittimazione di queste esperienze di vita, che non contano piu’ in quanto vere o normative ma solo per quello che contribuiscono alla messa in scena del mondo. Tutto diventa oggetto di scena e quindi tutto ugualmente falso e ugualmente vero. Non si puo’ fare appiglio a nulla di veramente proprio o a una qualche chiara idea di se’. Per poter avere nuovi nomi e nuovi ruoli (albero, montagna, drago, eroe) bisogna abbandonare l’idea di possedere un nome e un ruolo legittimamente propri.

 

E' piu’ del teatro. Questo spettacolo non ha pubblico e la sua durata non ha un termine prefissato, per quanto sia punteggiata di lunghi intervalli. E’ una manifestazione del mondo sempre impeccabile, il migliore dei mondi possibili, poiche’ trasforma i propri criteri nel corso del suo svolgersi. Insieme a un bambino un adulto puo' imparare a sedurre il mondo. Nell’abbandonare le proprie certezze, un padre puo' scoprire che proprio in questa fragilita’ assoluta il mondo e’ piu’ sensibile a noi. Guardato da li’, il mondo sembra schiudersi e seguirci a ogni passo senza piantarsi di fronte a noi come una prospettiva prefissata. L’adulto puo' imparare la diffidenza selettiva del bambino, che non ha paura delle voci interiori ma solo di cio' che si presenta del tutto esteriore e gia’ dato.

 

Provare davvero a imparare a giocare era una sfida che non avevo mai colto. Per quanto ne sentissi la mancanza, ero sempre riuscito a sublimarla in qualche modo con qualcos’altro – generalmente con qualcosa di faticoso. E invece di recente ho incominciato a imparare che giocare e’ possibile e che tutto quello che toglie lo restituisce come lavato a nuovo. Si puo’ perdere davvero il proprio nome e comunque non si svanisce nel nulla. Qualche cosa di noi resta, ed e' quella la parte in noi che e’ sempre in grado di giocare. Un Eros svolazzante e tiranno, che ci chiede qualsiasi cosa noi abbiamo e ci da in cambio tutto.

 

 

 

 

1) Gian Antonio Gilli, Ritorno all’Oggetto Interiore: ipotesi sul percorso mistico, Milano: Mimesis, 2017.

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